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I ruderi dell’Abbazia di San Filippo costituiscono una delle testimonianze più rilevanti della presenza monastica altomedievale nel territorio lucano, inserendosi nel sistema dei grandi centri religiosi che caratterizzarono l’area del Mercurion, al confine tra la Calabria bizantina e la Langobardia minor.
La fondazione del complesso risale alla seconda metà del X secolo ed è tradizionalmente attribuita a San Saba, monaco proveniente dalla Sicilia, che durante il suo percorso verso la penisola si fermò in quest’area e vi eresse un primo oratorio dedicato a San Filippo. In origine il cenobio aveva dimensioni modeste e si configurava come un piccolo luogo di culto legato alla presenza di monaci basiliani, che praticavano forme di vita ascetica di tipo lavriotico, spesso insediandosi in grotte e ambienti isolati.
La collocazione dell’abbazia non è casuale: essa si trovava in una posizione strategica e difficilmente accessibile, in un territorio segnato da una forte presenza eremitica, come testimonia anche il toponimo “Armo”, derivante dal greco eremos(“solitario, deserto”). In questo contesto si sviluppò, a partire dall’XI secolo, un primo nucleo abitato destinato a diventare Lauria, la cui stessa origine è strettamente connessa alla presenza monastica.
A partire dall’XI secolo, l’abbazia conobbe una fase di espansione e consolidamento, favorita dall’intervento delle autorità bizantine, che riconobbero nell’abate una figura istituzionale, contribuendo alla crescita del complesso. Nei secoli successivi il monastero arrivò a ospitare una comunità numerosa, stimata intorno ai sessanta monaci, e a esercitare una giurisdizione autonoma come Badia nullius, configurandosi come centro religioso, culturale ed economico di primo piano.
L’abbazia fu uno dei principali poli della cultura greco-ortodossa in Basilicata, insieme ai complessi di Sant’Elia e Santa Maria, contribuendo alla diffusione di pratiche liturgiche, modelli culturali e forme di organizzazione religiosa di matrice orientale. Tuttavia, a partire dal XIV secolo, si avviò un processo di progressiva latinizzazione, con la sostituzione del rito greco con quello latino e il passaggio dalla presenza basiliana a quella benedettina, sancito anche dal riassorbimento della giurisdizione abbaziale nella diocesi di Policastro.
Il declino del complesso fu lento ma inesorabile. L’abbandono della tradizione greco-ortodossa, unito a fattori strutturali e ambientali – tra cui fenomeni franosi e la posizione isolata, esposta a incursioni – contribuì alla progressiva decadenza dell’abbazia, già in stato di rovina nel XVII secolo.
Le fonti storiche, tra cui la Vita di San Filippo redatta nel 1683 da don Filippo Fittipaldi, offrono una preziosa descrizione del complesso, evidenziandone l’importanza e la forte devozione popolare. Il sito era infatti meta di pellegrinaggi e ospitava una festa molto partecipata in onore del santo, accompagnata da un mercato che attirava visitatori da tutta l’area circostante.
Oggi dell’antico complesso restano solo pochi ruderi, identificabili principalmente nei resti della grancia, ma il luogo conserva un forte valore storico e simbolico. Esso rappresenta una testimonianza concreta delle dinamiche religiose, culturali e territoriali che hanno contribuito alla formazione dell’identità di Lauria.

